Il problema non è chi sei. È quanto ti aggrappi a chi credi di essere.
- maurobroccalifecoa

- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 4 giorni fa

Iniziamo questo articolo citando una delle abitudini più subdole in assoluto: l’eccessivo bisogno di essere me stesso.
A prima vista sembra una cosa sana. In realtà spesso è una trappola.
Ognuno di noi ha una definizione di “io”. Un insieme di comportamenti che consideriamo la nostra identità.
Alcuni sono utili. “Lavoro sodo.” “Sono responsabile.”
Altri no. “Sono fatto così.” “Non sono portato per ascoltare.” “Io sono diretto, se qualcuno si offende è un problema suo.”
Quando trasformi un comportamento in identità, smetti di cambiarlo.
Non dici più: “Mi comporto così.”
Dici: “Io sono così.”
E da lì in poi inizi a giustificare tutto.
Quante volte lo hai fatto anche tu? Quante volte quel bisogno di essere “coerente con te stesso” ha rovinato una relazione, una collaborazione, una conversazione importante?
Ho lavorato tempo fa con un CEO molto stimato.
Competente. Risultati solidi. Leadership riconosciuta.
Aveva però un problema chiaro: non dava mai riconoscimenti positivi.
Nel feedback a 360 gradi era emerso ovunque.
Quando glielo feci notare sbuffò: “Cosa dovrei fare? Andare in giro a fare complimenti a caso? Non voglio sembrare falso.”
Gli chiesi: “Questa è la tua giustificazione?”
“Sì.”
Iniziò a difendersi con grande energia.
Aveva standard alti.
Non voleva elogiare chi non li rispettava.
Temeva che valorizzare i singoli indebolisse il gruppo.
Razionalizzazioni perfette.
E inutili.
A un certo punto lo fermai.
“Il problema non sono i complimenti. Il problema è la tua idea di chi sei.”
Gli dissi chiaramente: “Hai paura che, se riconosci gli altri, non sarai più tu.”
Rimase in silenzio.
Gli feci tre domande semplici.
“È illegale dare riconoscimenti?” “No.”
“Fa stare meglio le persone?” “Sì.”
“Migliora i risultati?” “Probabilmente sì.”
“Allora perché non lo fai?”
Rise. “Perché non sarei io.”
Quello fu il punto di svolta.
Capì che non stava difendendo la sua autenticità. Stava difendendo il suo ego.
Si rese conto che la sua fedeltà a una vecchia definizione di sé stava danneggiando lui, il team e l’azienda.
Quando lasciò andare quel bisogno di essere sempre “se stesso”, tutto cambiò.
Iniziò a dare riconoscimenti quando erano meritati.
Senza recite.
Senza forzature.
Nel giro di un anno i suoi punteggi di leadership salirono in modo netto.
La cosa interessante?
Non aveva perso autorevolezza.
L’aveva aumentata.
Capì una verità semplice: meno io più loro uguale più risultati
Questo vale nel lavoro.
Vale nelle relazioni.
Vale nella vita.
A volte non serve diventare qualcuno di nuovo. Serve smettere di difendere una versione vecchia di te.
La prossima volta che resisti a un cambiamento, chiediti questo:
lo sto evitando perché è sbagliato o perché non coincide con l’immagine che ho di me?
Spesso la risposta fa male. Ed è proprio lì che inizia il cambiamento.
Manuale d’uso pratico
Nota quando dici “sono fatto così”. Fermati. È un segnale.
Trasforma l’identità in comportamento. Non “io sono”. Ma “io faccio”.
Chiediti se quel comportamento oggi ti serve davvero.
Se non è immorale, illegale o dannoso, puoi cambiarlo.
Non stai tradendo te stesso. Stai aggiornando il sistema.
Se senti che alcune reazioni automatiche ti governano più di quanto vorresti, nel mio lavoro uso PNL e ipnosi per aiutare le persone a separare chi sono da ciò che fanno.
Scrivimi.
Ne parliamo con calma. Senza etichette. Senza maschere.








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